Standard and Poor’s conferma il rating dell’Italia ma l’outlook resta negativo

di Gianfilippo Verbani Commenta

Standard and Poor's ha commentato questa nuova ondata di decisioni dicendo che sono attesi dal governo ulteriori progressi sulle riforme fiscali e strutturali, mentre dal punto di vista dell'outlook negativo il giudizio riflette le criticità e i rischi che restano in merito alla crescita economica e ai conti pubblici italiani.

Come anticipato in passato, arriva puntuale nel corso dei primi giorni del mese di giugno il nuovo giudizio espresso da Standard & Poor’s in merito al rating dell’Italia, che viene confermato sul livello precedente di BBB, nonostante gli apprezzamenti sull’operato del nuovo governo. 

La famosa agenzia di rating americana, inoltre, non si è sbilanciata sulla previsione futura, lasciando l’outlook del nostro paese ad un giudizio negativo, con una possibilità su tre che questo possa essere rivisto in negativo tra il 2014 e il 2015. L’Italia quindi non esce particolarmente vittoriosa da questo momento di confronto ma come un paese che attraversa una fase di passaggio.

Fitch e Standard and Poor’s promuovono il rating di Grecia e Spagna

L’agenzia americana, inoltre, ha confermato poi che il rating di breve termine per l’Italia è fissato in A-.  Come magra consolazione gli italiani possono pensare che nel gruppo di paesi inseriti allo stesso livello di giudizio dell’Italia, solo l’Irlanda a questo giro di valutazione ha ricevuto una promozione, mentre tutti gli altri paesi sono rimasti inchiodati al giudizio emesso in precedenza.

Gli appuntamenti 2014 del rating internazionale

Standard and Poor’s ha quindi confermato questa nuova ondata di decisioni dicendo che sono attesi dal governo ulteriori progressi sulle riforme fiscali e strutturali, mentre dal punto di vista dell’outlook negativo il giudizio riflette le criticità e i rischi che restano in merito alla crescita economica e ai conti pubblici italiani.

Al centro della questione stanno quindi il problema del debito – oggi al 132,1 per cento – e le mancate riforme del lavoro degli ultimi anni, che bloccano una ripresa economica all’insegna della flessibilità.