Tassi negativi, quali effetti se la Bce decide?

di Gianni Puglisi Commenta

Occhi puntati sulle prossime mosse della Banca centrale europea in chiave - finanziamenti.


In questi giorni la Bce deciderà probabilmente un’ulteriore riduzione del tasso sui depositi, oggi al -0,3%. Nelle sale trading, fino a pochi anni fa, i modelli che prevedevano tassi negativi venivano scartati in favore di quelli più complessi che imponevano un limite inferiore pari a zero.

D’altro canto, in tempi normali non si era mai osservato un risparmiatore che pagasse per prestare i soldi. Tutto questo è cambiato con i quantitative easing lanciati dalle banche centrali. Inondando i mercati di liquidità, i tassi negativi sono diventati la condizione di nuova normalità per le obbligazioni governative e le obbligazioni corporate di maggiore standing creditizio. Oltre la metà dei titoli di Stato europei è in territorio negativo. In Giappone e in Svizzera l’intera struttura a termine dei tassi fino alla scadenza decennale è sprofondata sotto zero. Per molti è l’inflazione, o meglio la sua mancanza, ad aver determinato l’azzeramento dei tassi.

Il fatto è che, anche immaginando un tasso d’inflazione nullo o leggermente negativo come quello che si osserva in questi anni, se le aziende private e gli attori pubblici avessero progetti in grado di generare un ritorno positivo, non ci sarebbe motivo di osservare tassi negativi. Nel colorito gergo degli investitori nordamericani si usa dire che è solo quando si abbassa la marea che si capisce chi ha il costume e chi invece sta nuotando nudo. L’azzeramento dell’inflazione, grazie al crollo del prezzo del petrolio e ad una serie di altri fattori, è proprio la marea che ha consentito di mettere a nudo la debolezza del sistema economico e sociale delle economie sviluppate. Se, grazie alle nuove tecniche di perforazione o alla maggiore efficienza dei pannelli solari, possiamo aver più energia a minor costo, perché la Bce dovrebbe contrastare il fenomeno?

Sostengono gli esperti:

I tassi negativi sono dunque il segnale che qualcosa di molto grave è successo nelle economie sviluppate. Il grande economista americano Lawrence Summers, che è stato anche Segretario al Tesoro sotto la Presidenza Clinton, l’ha definita la stagnazione secolare. Il motore della crescita sembra essersi spento nei paesi occidentali. Così come il motore demografico. Nessuno è in grado di spiegare perché questo sia successo. E soprattutto non esistono ricette pronte. Di certo, la soluzione non sta nella messa cantata delle riforme “strutturali”, propugnate da teorie economiche ormai esauste. La crescita zero non è un problema di offerta, che anzi appare sovrabbondante. E riguarda le punte di diamante dell’economia mondiale. Non è solo un problema dell’Italia o della Grecia. I tassi negativi possono essere una risposta al nuovo contesto, se l’obiettivo è l’inflazione o la svalutazione competitiva del cambio. Ma a che pro? Come ha sostenuto Mick Carney, governatore della Bank of England, nella sua efficace critica agli scarsi risultati del recente G20, non è che si risolvono i problemi spostando da un paese all’altro quel poco di domanda che è rimasta.