Non ci sono buone notizie sui tassi bassi dei mutui in Italia nel 2026

A quanto pare, non abbiamo buone notizie sui tassi bassi dei mutui in Italia nel 2026. Il panorama finanziario italiano sta attraversando una metamorfosi profonda, segnando la fine di un’epoca dorata per i risparmiatori. Per lungo tempo, l’Italia ha goduto di una sorta di “scudo protettivo” derivante dal rigore tedesco; tuttavia, il recente cambio di rotta di Berlino verso una spesa pubblica più libera ha eliminato questa ancora di stabilità, spingendo l’intera Eurozona verso un regime di tassi elevati e strutturali.

tassi bassi dei mutui in Italia

La fine del rigore e l’ascesa dei rendimenti: stop ai tassi bassi dei mutui in Italia nel 2026

Il dato più eclatante non è tanto il miglioramento delle finanze italiane, quanto il deterioramento di quelle tedesche. Lo spread BTP-Bund ai minimi storici nasconde un’insidia: non è il debito italiano a essere diventato più sicuro, ma il Bund ad aver perso il suo ruolo di baluardo dell’austerità. Questo riallineamento spinge verso l’alto l’Eurirs, il parametro vitale per i mutui a tasso fisso, riflettendo le tensioni globali. I fattori che alimentano questa pressione sono molteplici e complessi:

Investimenti strategici: la necessità di finanziare la difesa europea e la transizione infrastrutturale.

Deficit globali: il debito statunitense fuori controllo, dove gli interessi superano la spesa militare.

Beni rifugio: un’instabilità geopolitica che spinge l’oro verso vette storiche (prossimo ai 5.000 dollari l’oncia).

Effetto trascinamento: il Bund a 25 anni che tocca il 3,27% agisce da magnete per i costi dei prestiti a lungo termine.

Il bivio dei contratti: fisso vs variabile

Sebbene il tasso fisso rappresenti ancora la scelta del 90% degli italiani, il futuro appare incerto. Se la curva dell’Eurirs non dovesse invertire la rotta, le banche — i cui margini sono ormai ridotti all’osso — saranno costrette a portare i tassi finiti oltre la soglia psicologica del 4%. Per chi guarda al variabile, le prospettive non sono più rosee. Le previsioni dell’Euribor indicano una stabilizzazione intorno al 3-3,5% per il prossimo decennio, confermando che la stagione dei tagli della BCE è ormai un ricordo.

Il vero nodo, però, è il potere di acquisto immobiliare. Con una crescita dei salari reali ferma all’1% negli ultimi quindici anni, l’aumento dei tassi agisce come un moltiplicatore di povertà. Se un decennio fa una rata media si aggirava sui 550 euro, oggi ci avviamo verso i 700 euro per prestiti medi che superano i 150.000 euro.

Oggi, l’acquisto di un’abitazione non inizia più dalla scelta dell’immobile, ma da un freddo calcolo sulla sostenibilità del debito. Il rischio concreto è che la casa smetta di essere un bene universale per trasformarsi in un privilegio d’élite, dove la stabilità familiare è appesa al filo di ogni singolo punto percentuale.